Chi era Sandro Penzo

Questo è il suo racconto biografico, rilasciato prima della sua scomparsa all’amica Luisa Penzo.

Io, Sandro Penzo, sono nato a Chioggia (VE) il 12/09/1952, ove vivo e opero nello studio di Calle Corona. L’amore per l’arte in me è scaturito sin da quando frequentavo le scuole elementari (10-11 anni), sono sempre stato attratto dalla plasticità della scultura, anche se a quei tempi riuscivo molto meglio nel disegno o nella pittura.

Mi divertivo a plasmare nella carta o nella plastica dei volti deformati; già inconsciamente, più che la somiglianza e la figuratività, cercavo l’espressività. Era probabilmente un “gene” innato che mi derivava per discendenza dal nonno paterno “mastro d’ascia e intagliatore” Penzo Ernesto; sempre da lui penso sia derivata la mia passione per il legno, secondo la concezione Freudiana per cui l’artista trasferisce nella materia i suoi sogni.

All’età di 12 anni trascorrevo ore e ore a manipolare la plastilina, creando forme, figure irreali e fantastiche. Mi divertivo, provavo immensa gioia nello sfogare la mia espressività artistica; il tempo trascorreva veloce, ero felice di ciò che realizzavo. Spesso la mamma mi chiamava: “Sandro il pranzo è pronto. Non vieni?”. Di solito ignoravo i richiami ripetuti e continuavo a trafficare nel microstudio che avevo cretato adiacente alla terrazza. I giorni trascorrevano veloci, ero un adolescente, qualcosa cambiava in me sia dal punto di vista fisico che psicologico e mentale. Ero un ragazzo abbastanza
tranquillo, curioso del mondo che mi circondava, il diverso e il nuovo mi affascinavano… scrutavo, osservavo quel “mondo di grandi”, qualcosa di lontano dal mio modo di vedere e di pensare. Mi guardavo allo specchio, mi rendevo conto che fisicamente qualcosa stava cambiando in me, e non riuscivo a darmi una spiegazione. Stavo semplicemente attraversando la fase evolutiva della ricerca dell’IO, ma allora lo ignoravo.

Arrivò l’estate 1966, mi divertivo da gran sportivo a correre in bicicletta, a fare lunghe nuotate tra le due dighe di Sottomarina o tra il porto di San Felice e il porto di Chioggia. La crisi adolescenziale mi conduceva alla ricerca della mia identità personale, tendevo a ignorare e oppormi alle regole, alle convenzioni, alle consuetudini imposte dalla società. Era nota la mia indole “anarchico-individualista” che successivamente si rafforzò, crebbe con la lettura e lo studio delle opere e delle personalità degli anarchici storici: Vittorio Alfieri, Ugo Foscolo, Max Stirner e Bakunin.

All’esame di Maturità Magistrale, di conseguenza, il mio giudizio di ammissione allo stesso era tra i più scadenti tra gli esaminandi; qualcuno potrebbe dire perché non ero integrato all’interno della forma politica obbligatoria. Lo feci notare al commissario interno e questi disse che in effetti il giudizio non era eccessivamente negativo; risposi che gli altri erano stati presentati come dei “geni”, io come uno studente qualunque. Gli promisi che si sarebbe pentito del modo ignobile in cui aveva formulato quei giudizi; la qual cosa avvenne puntualmente al momento dell’esame orale, da cui risultò chiara la mia preparazione, tanto che uno dei componenti della Commissione esterna chiese: “Ma questo non era lo studente più scarso della classe?". Il Presidente della commissione fece notare che forse qualche valutazione era stata fraintesa o comunque azzardata.

Mi iscrissi alla Facoltà di Legge, ma in breve tempo mi resi conto che essa richiedeva uno studio mnemonico e arido non confacente al mio carattere; perciò optai per la Facoltà di Scienze Politiche. Anche qui, la diversità di opinioni politiche tra il sottoscritto e il Collegio Insegnante mi indusse presto a uno scontro; mi trovavo costretto a subire interrogazioni di 30 o 40 minuti in cui dovevo rispondere a tutte le domande postemi, mentre per gli “obbedienti” duravano cinque o dieci minuti e la discussione era portata nella quasi totalità dal professore.

Finito il servizio militare nell’arma dei Carabinieri, cercai lavoro; date le difficoltà del periodo, non lo trovai che dopo cinque anni, fu questo un periodo estremamente proficuo sotto il punto di vista artistico e per il mio sviluppo intellettuale. Pur essendo privo di una possibilità economica diretta, avevo tanto tempo per meditare sulla situazione dell’essere, al fine di affinare il mio operato artistico. In questo periodo lavoravo soprattutto a sculture lignee di medie dimensioni, come “Uomo-Iguana”, e creai i primi volti che col tempo avrei definito “Surrealtotemici”. Già allora ogni mia scultura rappresentava una parte del mio “Io pensante”, non ho mai avuto un maestro o un artista da cui ho preso ispirazione, ritengo anzi che il “Surrealtotemismo” sia il risultato della mia mente, autonomo e personale.

Dopo cinque anni di disoccupazione cronica, anche se benestante visto che grazie alla situazione familiare potevo usufruire di una macchina
di grossa cilindrata e non mi mancavano i soldi in tasca, la mia fidanzata giunse alla conclusione che non avrei mai lavorato e quindi sparì dalla circolazione. Non mi avvilii, né soffrii eccessivamente; mi ero però stancato di Chioggia e dunque salii sulla mia Alfa Romeo e, con un vera e propria “armata Brancaleone”, mi trasferii in Germania, presso quello che poi divenne il mio amico “Mago Jecky”, che gestiva un locale nelle vicinanze della
base americana di Ramstein. Conobbi dei personaggi unici tra cui il “Mago” era senza dubbio il più notevole. Trascorsi là il periodo invernale, il mago nel frattempo aveva aperto altri quattro locali, che successivamente chiusero uno dopo l’altro.

Ero giovane e, senza pormi troppi problemi, ritornai in Italia. Ripresi a frequentare le solite sale da ballo e incontrai un vecchio amico: Charlie, al secolo Giancarlo Fuolega. I ritrovi erano molto cambiati, ora bisognava saper ballare il “liscio”, cosa in cui Charlie eccelleva; decisi anch’io di frequentare la sua stessa scuola di ballo. Da quel momento siamo sempre stati insieme in tutte le nostre attività, tanto ricreative quanto artistiche.

Trascorso questo periodo, dopo aver partecipato a vari concorsi, entrai a far parte dell’Amministrazione Comunale; non era un lavoro che lasciasse spazio alla mia inventiva e originalità, ma mi permise di acquisire l’indipendenza economica.

È in questo momento che passai dalle sculture su legni “di recupero” alla scultura su tronco e cominciai a creare quei “Totem” per i quali penso di essere conosciuto ai più. Ogni Totem doveva rappresentare tutto un discorso di genere artistico-fi losofi co, cosa di notevole diffi coltà visto che,
al contrario del pittore, non potevo agire su una scena, ma solo su un individuo. È su tale base che pongo i fondamenti del “Surrealtotemismo”, e inconsciamente avevo già creato quella che successivamente sarebbe stata la corrente del “Neosurrealtotemismo”.

Mi legai con un fraterno rapporto d’amicizia a un noto pittore affrescatore di Chioggia, Guglielmo d’Estye, che mi introdusse, attraverso la “Galleria Alba” di Ferrara, nell’ambiente artistico ferrarese. All’età di 35 anni circa, partecipai ad alcune esposizioni sia in Italia che all’estero. Avevo nel frattempo conosciuto due tra i personaggi più importanti e più positivi del mio percorso artistico: l’organizzatore Giovanni Puppin, uno dei massimi nomi della cultura veneziana, che aveva presentato quasi tutte le mie esposizioni personali in Italia; e il critico Tommaso Dellisanti, scrittore e giornalista nonché storico della corrente artistica “Surrealtotemismo”, che ha continuato l’opera del sopracitato alla sua morte. Con essi portai avanti il mio operato artistico sia in italia che all’estero.

Passato qualche anno, quando già nei giornali e nei cataloghi d’arte contemporanea ero conosciuto come il creatore di un nuovo genere artistico, una sorta di corrente anche se al momento limitata a me stesso, e che i critici Puppin e Dellisanti defi nivano “Neosurrealtotemismo”, a casa del mago Jecky conobbi il fotografo parigino Jacques Gousset, già fotografo personale di Salvador Dalì e componente della sua “corte”. Passammo alcune serate discorrendo di Arte, alla fi ne delle quali egli mi chiese di poter aderire alla mia corrente artistica e realizzò un centinaio di diapositive delle mie sculture, soprattutto lignee.

Cominciai a presentare le prime mostre della corrente artistica “Neosurrealtotemismo”, a cui parteciparono, oltre a me e a Jacques Gousset, vari altri artisti.

Continuai il mio operato artistico lavorando, oltre che su legno, su terracotta, ferro, bronzo e dedicandomi alla pittura. Mi convinsi che era giusto dare un supporto artistico-letterario-fi losofi co al mio operato manuale, e creai il “Manifesto Programmatico del Neosurrealtotemismo”. Nell’anno 1995, alla presenza del Sindaco di Chioggia, dell’Assessore alla Cultura Gianni Penzo Doria, dell’Assessore Regionale Pierantonio Belcaro, dei critici Puppin e Dellisanti, dell’amico Charlie e di vari artisti che avevano aderito alla Corrente, lessi il “Manifesto Programmatico”. Da quel momento, avevo allora 43 anni, la corrente artistica era uffi cialmente riconosciuta, e iniziai tutta una serie di rassegne per divulgarla. Va detto che il “Neosurrealtotemismo”, il cui nome è stato poi modificato su consiglio di vari critici, tra cui Paolo Rizzi, Gasparotti, Mario Stefani e Dellisanti stesso, in “Surrealtotemismo”, non è solo una corrente artistica, ma un movimento omnicomprensivo al cui interno trovano spazio pittura, scultura, grafi ca, fotografi a, poesia, letteratura. Io stesso opero indifferentemente in questi campi e sono convinto dell’inestistenza del pittore, dello scultore, del poeta, ecc… Credo invece nell’Artista che spazia in tutti i campi dell’arte ed è quindi, se possiede le capacità tecniche, pittore, scultore, grafico, poeta e scrittore.

Alla base del “Surrealtotemismo” esiste la ricerca dell’ESPRESSIVITA’, della FORZA, dell’ENERGIA, della VITALITA’, di ciò che sta al di là della nostra limitata visione del mondo e delle cose che ci circondano, come l’esoterismo, il paranormale, la magia.

Ho continuato poi a realizzare tutta una serie di rassegne artistiche; buona parte degli artisti iniziali, che non avevano i requisiti fondamentali richiesti dalla corrente, si allontanarono e vennero sostituiti da altri. Tra le mostre più signifi cative degli ultimi anni posso ricordare le personali mie e di Punginelli all’ “Antiche Scuderie” e a “Palazzo Moroni” di Padova, considerata a quel tempo la massima sede espositiva della città, in cui trovavano posto solo nomi di livello europeo e internazionale. In un primo tempo, qui la mia richiesta era stata respinta; chiesi allora un appuntamento con il responsabile del settore artistico della città di Padova, al quale dissi chiaramente che qualora non avesse ritenuto opportuna una mia presenza, una volta controllata la mia documentazione artistica, mi sarei ritirato. Il giorno dell’incontro presentai tutta una serie di documentazioni giornalistiche, critiche e cataloghi che mi riconoscevano come creatore di corrente artistica. Il responsabile si scusò della sua precedente presa di posizione, affermando che aveva ricevuto solo la mia domanda e non l’allegata documentazione che, commentai, probabilmente era stata fatta sparire da qualche personaggio di piccolo cabotaggio, prezzolato dalle gallerie d’arte che in quel momento facevano “la parte del leone”. Si formò così, tra il sottoscritto, il responsabile artistico e l’allora Assessore alla cultura del Comune di Padova, un lungo rapporto di amicizia ancora vigente.

Con questa mostra il Surrealtotemismo decollò; seguirono tante altre rassegne a Mestre, Padova, Venezia, Vicenza, Ferrara, ecc., nonché all’estero,
tra cui è doveroso citare quella in Giappone, effettuata a Tokio nel quartiere residenziale di Rappongi (l’equivalente della Newyorkese Manhattan); durante questa esposizione, l’addetto culturale Wilmo Padoan e tre professori dell’Università di Tokio tennero una tavola rotonda sul Manifesto Programmatico della Corrente, ne svilupparono il messaggio innovativo sotto il punto di vista artistico, letterario, filosofico e sociale.

In questi ultimi anni ho ricevuto vari premi alla carriera e realizzato un nutrito numero di rassegne con gli artisti della corrente. Per quanto riguardava la mia vita di società, ero entrato nel partito Social-democratico e avevo conosciuto due grossi nomi della politica veneta, che poi presenziarono a gran parte delle mie rassegne, come l’ingegner Tommasini e il Dott. Pierantonio Belcaro. È in questo periodo che fondai il Circolo “Ignazio Silone” di Venezia e di Chioggia ed entrai nei cosiddetti circoli artistici e culturali di Venezia e Padova; acquistai uno schnautzer gigante che si chiamava Bella, che
mi seguì per i successivi 14 anni della mia vita: era intelligente, capiva tutto, eravamo inseparabili e mi seguiva ovunque.

A 35 anni ristrutturai totalmente un attico a Sottomarina e vi creai il mio studio estivo; potevo scolpire sotto una tettoia che copriva una terrazza di oltre cento metri. La mia creatività ne fu stimolata e successivamente adibii questo sito a “casa-museo”, prima dello scultore Sandro Penzo, e in seguito del Surrealtotemismo. Era completamente foderato e rivestito delle mie opere: pitture, sculture, grafi che, disegni, poesie ecc.

Proprio riguardo al settore poetico debbo dire che non è secondario, a mio avviso, a quello pittorico o scultoreo; in esso ho potuto dare forse più
spazio alla mia inventiva e creatività, considerato che è molto più semplice esprimersi con la scrittura, con la quale si può realizzare un quadro d’insieme, che con la scultura nella quale un unico soggetto, il Totem, deve esprimere tutto un pensiero. Nelle mie poesie è più facile comprendere il mio modo di vivere, di pensare, di ragionare. Tra le poesie più significative posso citare: “l’Artista”, “La morte” e la serie sui “Crociati”, “Viaggio all’Ade e ritorno”. Il mio studio estivo era definito dai miei amici “l’Attico del piacere” visto che era frequentato da artisti e modelle di bell’aspetto che mi ispirarono in qualità di muse nelle mie opere più significative.

Nell’agosto 1999, in una serata estiva, conobbi Franca, che poi divenne mia moglie. Mi colpirono i suoi occhi verdi, il suo sorriso, la sua allegria e da quel momento rimanemmo sempre assieme. Le dedicai la poesia “Franca” che ritengo giusto citare:

Nella verde campagna ferrarese
terra di castelli e di belle donne
tra gli alberi e tra i prati
un tempo della casa estense
ho incontrato i verdi occhi di Franca.

Termina qui il racconto biografico che Sandro Penzo ci ha lasciato; commisti alle parole, i valori d’artista che coltivava sono ora qui raccolti perché sopravvivano al tempo. Egli solo questo ha voluto raccontare di sé, dedicando l’ultimo pensiero alla moglie Franca, che gli è stata sempre vicina nei momenti della malattia, con questa piccola opera a lei dedicata che, pur non avendo le caratteristiche per essere definita “Surrealtotemica”, come lui stesso afferma: “mi è oltremodo cara”.

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